Il Progetto


Arteria è un progetto che si propone di aprire degli spazi di partecipazione, interazione sociale e promozione culturale e artistica.
Il locale in vicolo Broglio ha le caratteristiche architettoniche ideali per sviluppare un progetto multiculturale trasversale rispetto alle diverse espressioni artistiche, avvalendosi di tutti gli strumenti della comunicazione.
Le pietre antiche di un palazzo millenario entrano a far parte della scenografia globale di uno spazio che fa dell’interazione di natura e tecnologia la sua caratteristica principale.
Arteria diventa così palcoscenico di concerti dal vivo, dj set, spettacoli teatrali e di danza, mostre e installazioni, proiezioni e rassegne cinematografiche, eventi letterari, culturali e sociali. Si candida quale punto di riferimento per gli artisti e per chiunque sia interessato all’arte nelle sue molteplici forme o a un intrattenimento con contenuti culturali.
Arterìa come un laboratorio d’arte, Arteria come grande via di comunicazione, scorrimento di ossigeno e nutrimento di contenuti e idee. Luogo in cui partecipare ad un evento, assistere ad uno spettacolo, leggere un libro o navigare wi-fi, rilassarsi o incontrarsi con la possibilità di allietare il palato degustando buon vino e birra nonché diverse specialità gastronomiche.
Il locale si articola in più spazi multifunzionali: sala “Sinus” con bar, zona ristoro e palco, sala “Cor” con area espositiva, lettura e relax, più spazio internet e informazione, sala “Pes” con area disco,.
L’impianto audio-video e l’illuminotecnica sono strutturati in maniera da poter rendere indipendenti le sale, permettere l’interazione fra iniziative simultanee o consentire di realizzare un unico evento organico in cui multiformi espressioni artistiche trovino lo spazio ideale per essere rappresentate.
L’allestimento e l’arredamento sono concepiti secondo criteri di un’architettura sostenibile, con l’utilizzo di materiali ecocompatibili: intonaci e rivestimenti sono realizzati interamente in terra cruda, le pitture e i trattamenti sono naturali, in linea con la politica di rispetto dell’ambiente e dell’uomo.
Arteria si propone di offrire stimoli, qualità e possibilità di interazione, così da coinvolgere un pubblico eterogeneo in un progetto di rivitalizzazione culturale e sociale della città.

Costruzione ed Autocostruzione in Terra Cruda
a cura di Andrea Facchi, Geologika.org, Lab+
Info Link


La terra è probabilmente il primo materiale da costruzione conosciuto (oltre ad essere la prima divinità). La scoperta del suo utilizzo si perde nella notte dei tempi e ancora oggi quasi la metà della popolazione mondiale abita in case di terra cruda.
Quasi tutte le terre estratte appena al di sotto dello strato arabile (che è da scartare perché troppo ricco di humus e intrusioni putrescibili) sono adatte a costruire. Questo significa che chiunque ha a disposizione sufficiente materiale per edificare la propria casa (lo scavo delle fondazioni).
Dopo molti decenni di oblio la costruzione in terra ritorna in auge grazie al lavoro pionieristico di molti tecnici (e non) appassionati dalle prestazioni ecologiche, tecnologiche e culturali di questo straordinario materiale: alta tecnologia arcaica: riciclabilità, inerzia termica, regolazione microclimatica dell’umidità, fonoassorbenza, atossicità, elementarietà, modellabilità.
Si costruiscono muri portanti o di tamponamento, pavimenti e solai, cupole, volte, intonaci e pitture. Case, castelli, palazzi, templi, torri…

Le tecniche sono variabili per diverse culture, ragioni climatiche e geografiche, qualità della terra estratta. E’ la parte argillosa che funziona da legante e quella sabbiosa e pietrosa da inerte, al variare di queste proporzioni devono variare le tecniche applicative. Una terra ghiaiosa e magra di argilla è più adatta per la terra battuta, una più grassa e sabbiosa è ottimale per mattoni crudi, se grassa e limosa si presta ad impasti di terra e paglia.
La costruzione in terra tradizionalmente è legata alla figura di un esperto capocantiere che si occupa di coordinare il lavoro controllando terre e impasti, suggerendo le soluzioni più adatte ad ogni specifico caso. Per la terra più che la letteratura scientifica è importante l’esperienza diretta.

Storicamente le case di terra erano costruite dagli abitanti stessi insieme ai vicini ed agli amici in una forma di festosa e mutuale condivisione del lavoro. Molte delle tecniche applicative, le più semplici, ben si prestano infatti all’autocostruzione.
Ognuno contribuiva al cantiere per quel che poteva o sapeva fare, dai lavori più faticosi (preparazione dell’impasto, trasporto e messa in opera) a quelli più indirizzati alla cura e al ristoro dei lavoratori (preparazione e offerta dei cibi e delle bevande; produzione di ritmi, suoni e canti; rifiniture). Tutta la comunità era coinvolta nell’evento festivo-costruttivo.

L’atossicità, la facile modellazione, la scarsa pericolosità dei cantieri di terra ne fanno ancora oggi il materiale ideale per autocostruire, modellata dagli abitanti e dai loro amici con le loro proprie mani. Questo aumenta la percezione di unità che collega l’essere umano al luogo che abita. L’esperienza crea una micro storia di fondazione e produce basilari cognizioni pratiche per la manutenzione e l’eventuale futura evoluzione degli spazi domestici.


“Quando chiesi a Diankouno Dolo perchè la forma delle costruzioni dei Dogon è rotonda non mi comprese; ripetei la domanda e allora mi rispose: “Non sono rotonde, sono costruzioni quadrate con forme affettuose. L’uomo costruisce con le proprie mani; la mano dell’uomo è affettuosa, non conosce la forma quadrata; del resto anche l’argilla umida essa pure è tenera, affettuosa: l’argilla quindi e la mano dell’uomo non possono che creare forme affettuose. La mano non può plasmare angoli esatti, e del resto neanche l’argilla ama gli angoli esatti. Ed anche la pioggia è affettuosa. La pioggia cade, le piace cadere, è materiale affettuoso cui piace seguire forme affettuose. Le mani dell’uomo sono fatte per carezzare la donna e l’argilla e la pioggia: questo è giusto e buono e bello. E perchè chi accarezza la sua donna non accarezzerebbe anche la sua casa?”

Herman Haan, da: Byggekunst, numero 2, 1965